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Anna era piccina e aveva le guance paffute; portava i capelli a caschetto trattenuti di lato da una molletta minuscola – tre fiorellini di plastica azzurra – e indossava gonne a pieghe. Aveva occhi sorridenti e un lieve broncio, sempre. Una delle contraddizioni che portava con sé: sognava un futuro scoppiettante ma ne programmava uno ordinato, tranquillo. Matteo era un poeta: riccioli castani dispettosi rallegravano il suo essere “a modino”. Voleva diventare astronauta e scoprire galassie. Era educato e gentile, silenzioso ma allegro e generoso; aveva pochi, fidati, amici. Carlotta chiedeva a Babbo Natale trattori e fucili; si arrampicava sugli alberi e disegnava con talento ponti e grattacieli; sognava una fattoria, piante di frutta e animali da cortile. Era indipendente e luminosa. Marta si specchiava spesso: sfilava per gioco, con gli abiti della mamma aggiustati alla meglio; organizzava merende e piccole feste in cortile. Non aveva un carattere accomodante ma le si voleva bene lo stesso, conquistati dal suo fascino acerbo. Fabio era un pericolo pubblico: si era ustionato due dita della mano destra giocando al Piccolo Chimico. Incideva il legno e vendicava i torti altrui. Gli altri bambini lo rispettavano e lo temevano: forse lo rispettavano perché lo temevano. Guglielmo viveva in simbiosi con la sua bicicletta rossa; era snello e agile, eccelleva in tutte le attività sportive e ne andava fiero. Voleva diventare un campione, anche se ancora non aveva deciso quale fosse la disciplina più adatta a lui. Nel dubbio si cimentava in attività ginniche varie, rischiando cadute e fratture. Rocco era studioso e riservato. La mamma gli imponeva logoranti e noiosi esercizi al pianoforte: pensare che il suo sogno era diventare uno scienziato per trovare un rimedio ai Grandi Mali del mondo. La musica non era una sua passione ma ne accettava di buon grado lo studio, senza ribellarsi. Eravamo comunque bambini felici. Il futuro allora era lontanissimo, i pensieri sempre leggeri, le estati fresche. Le notti, colorate e serene.

“Sarebbe bello parlare con i bambini che eravamo e chiedere loro cosa ne pensano degli adulti che siamo diventati” (cit.)

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