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Un’unica, ossessiva, domanda gli martellava in testa: “Perché mi sono lasciato coinvolgere in questa gita in montagna di fine autunno?”. “Io, che amo il mare e l’orizzonte aperto, che adoro l’ozio e l’immobilità. Cosa ci faccio qua, io, su questo sentiero coperto di foglie rumorose?” Fabio non aveva di certo la stoffa dell’esploratore ma si era convinto a seguire i compagni di classe a cercar funghi in Val Grande. Pena la conferma della diagnosi di sfigato che già aleggiava sul suo nome al liceo.  Sfigato perché poi? Era riflessivo e prudente, amava la lettura e l’introspezione, un buon film, una birra cruda, qualche chiacchiera con gli amici a parlar di massimi sistemi. Bene, male anzi. Ora era in montagna e camminava. Da solo.  Si era allontanato un minimo dal gruppo perché aveva intravisto qualcosa che assomigliava a un fungo enorme ai piedi di un albero non meglio identificato: già s’immaginava il trionfo della conquista, la celebrazione, la rivalsa. Invece quel vegetale molliccio gli si era sbriciolato fra le mani. Come se non bastasse, aveva perso – forse – l’orientamento e in ogni caso il gruppo di amici non rispondeva più al suo richiamo. Li aveva chiamati ad uno ad uno, ad intervalli costanti e poi, sempre più ravvicinati. Ma nulla: si era perso. Inutile ricorrere al cellulare che in quella valle non dava segnali di vita. In un primo momento non avvertì un enorme disagio, anzi fu quasi colto da una sensazione di sollievo. Era solo e si sarebbe goduto le meraviglie di una passeggiata seguendo i suoi ritmi, il suo passo, il silenzio. Poi però aveva cominciato a interrogarsi e a preoccuparsi. Il cielo si stava scurendo pian piano e il verde del bosco s’infittiva. “Mi cercheranno. Si fermeranno e torneranno a cercarmi, ovvio.” Nello stomaco un leggero senso d’angoscia cominciò a farsi largo e ad accomodarsi. “Allora, ragioniamo senza perdere la calma. Camminando in discesa, in senso opposto, dovrei senza fatica tornare alla base. Forza Fabio, puoi farcela, ce la farai di sicuro.” Dopo mezz’ora di cammino e il terzo incontro con la stessa pietra, enorme, a forma di gufo – pareva avesse anche gli occhi ed era inquietante e funesta, quasi un presagio – capì che si stava muovendo in tondo. Tra l’altro cominciava a rinfrescare e il suo pile leggero, elegante, dall’ottimo taglio, ma troppo leggero, non era sufficiente a riscaldarlo. “Diciottenne disperso in Val Grande” avrebbero titolato i quotidiani locali. “Recuperato infreddolito ma vivo diciottenne scomparso in Val Grande”. “Dopo giorni di ricerche, ritrovato il ragazzo sparito in Val Grande. I genitori, angosciati, lo raggiungono”. Fabio cominciava a perdere la pazienza e la speranza. E nemmeno più pensava al danno che la vicenda avrebbe arrecato alla sua reputazione. Ora doveva solo risolvere la faccenda, risolverla in fretta. Uscirne. Come, ancora non sapeva. Una preghiera nacque spontanea nella sua mente e, senza vergogna, cominciò a recitarla a voce bassa. Stava ancora parlando tra sé, gli occhi fissi al sentiero, quando li vide. Erano seduti in cerchio, tranquilli, ridevano, chiacchieravano tra loro e, forse, lo aspettavano. Per nulla preoccupati. In fretta si ricompose, fece ferma la voce e li salutò: “Ragazzi, trovato qualcosa?”

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