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Affacciata al balconcino fiorito, osserva gli altri passeggiare in strada; un cartoncino celeste, pallido, le fa da ventaglio e le regala un’aria giovane e fiera. Scuote piano la testa, sorride, a volte approva o critica in silenzio chi cammina inconsapevole lungo il viale. Parlotta tra sé e a tratti allunga il collo per inquadrare meglio la scena e non perdere particolari importanti. Gonne troppo corte, voci troppo acute, rumori eccessivi, la infastidiscono. Il balcone è ormai la sua dimora abituale: ci abita dalla colazione in poi, stagioni permettendo. Dietro di lei, in casa, la vita sgrana il suo rosario. Faccende, pulizie, chi entra, chi esce, un carosello di presenze. Ma lei non ci bada. Non sente la necessità di occuparsi di quel che accade all’interno, né di condividere parole o pensieri con qualcuno. Le sue giornate si snocciolano, lente, entro i confini in ferro battuto della ringhiera.

Olga approdò al Teatro Regio di Parma nel secondo dopoguerra. Era una giovane donna russa dalla voce speciale. Poco incline a socializzare per una sorta di timidezza selettiva che la rendeva ai più antipatica, non si era peraltro mai sentita sola. Viveva in piena, totale, sintonia con se stessa. Si bastava. Una camera in affitto e le lezioni individuali, pagate in anticipo da una zia che così aveva disposto in vita. Parma la accolse con amabile disinteresse e fu allo stesso modo ricambiata. Fu proprio l’insegnante di canto a segnalarla al direttore del Regio: un’audizione e il posto vacante nel coro fu suo. Senza scossoni, senza picchi, il suo tempo professionale trascorse lento e tranquillo. Olga era, a suo modo, felice. S’innamorò anche: di un giovane sarto che lavorava in teatro; non si sposarono mai e nemmeno vissero insieme ma la loro storia durò sino a che lui ebbe vita. Un amore pieno, totale, non sgualcito dal quotidiano. Sia pure in campi diversi, entrambi vivevano per la musica e per il Regio. Quando fu il momento per loro di cedere il posto, non ne fecero un dramma. Entrambi però restarono in teatro. Lui come custode diurno, Olga come guardarobiera. Arrivavano insieme e insieme pranzavano. Insieme, a volte, guadagnavano un palco e nella penombra assistevano alle prove di un’opera di lì a poco in programmazione. Ammiravano le voci e i costumi, ascoltavano in silenzio senza commentare. Quei momenti tuttavia erano per loro un reale nutrimento.

Rimasta sola, Olga trovò accoglienza in una casa di riposo per musicisti e cantanti. Aveva risparmiato abbastanza per consentirsi il pagamento della retta e non aveva paura del futuro. Neppure pensava agli anni andati, quasi mai. Il sipario era sceso su quella realtà ovattata e non aveva nessuna intenzione di replicarne il ricordo. Era arrivato il momento di guardarsi intorno, di osservare quel mondo al quale aveva sempre dedicato la minima attenzione. Un mondo che conosceva poco ma che, ora, la incuriosiva moltissimo. Ora, che non poteva più viaggiare, ora che le gambe non le consentivano passeggiate, ora che era davvero sola. Pazienza. Un balconcino fiorito è pur sempre un palcoscenico.

 

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