Giocavamo in cortile.  Nei pomeriggi assolati e afosi  d’estate,  ma anche nelle altre stagioni, che ogni tempo era un pretesto per  scendere insieme, dopo i compiti. Giocavamo a ping pong, a palla,  giravamo in bici lungo il perimetro del cortile. In realtà i cortili erano quattro, comunicanti, circondati dai rispettivi palazzi che si guardavano l’un l’altro. C’era il cortile nero per via del catrame, quello dei sassi, che ci piaceva poco, il cortile piccolo, il cortile dei garage. Giocavamo anche a Rischiatutto, che in quel periodo furoreggiava in tv: utilizzavamo come riparo un garage vuoto che ci era consentito usare. E poi c’erano le interminabili conversazioni da una finestra all’altra con l’alfabeto muto, incuranti delle occhiate divertite di chi per caso coglieva il nostro gesticolare. Più tardi abbiamo ascoltato musica e recitato poesie e registrato canzoni stonate – Battisti soprattutto – su musicassette. C’era chi, oltre ai compiti scolastici,  doveva sottoporsi a logoranti esercizi al pianoforte; chi aveva impegni sportivi e qualche nuova amicizia da coltivare altrove. Ma la compagnia del cortile è rimasta compatta per parecchi anni. Eravamo “amici di giochi” perché non ricordo che ci si confidasse problemi: forse perché problemi veri, ancora, non ne avevamo.  Spesso, con la stagione estiva, c’erano anche le uscite dopo cena, rigorosamente confinate all’interno dei cortili: eravamo ancora piccoli, una decina d’anni  o poco più. Si litigava, ma si faceva pace in fretta, molto in fretta. Nelle sere d’estate, quando faceva buio, era bello contare le luci accese nelle case degli altri; e quando se ne accendeva un’altra, si ricominciava…

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