Bianca andava a scuola volentieri. Era attenta e diligente e non faticava a conseguire buoni risultati. Di pomeriggio, affrontava i compiti e la lezione con energia e il tempo dedicato allo studio le pareva ben speso. Era l’ultimo anno della scuola elementare: il grembiule nero e un fiocco blu erano la sua divisa. Le giornate scorrevano lente ed uguali: scuola, compiti, merenda, qualche ora in cortile – se la stagione e il tempo lo permettevano – il programma televisivo pomeridiano dedicato ai ragazzi. Bianca era seria e matura. Non aveva particolari problemi: era una bambina amata e coccolata, ma si sentiva sola, proprio sola. Gli amici e le compagne avevano fratelli e sorelle con cui giocare e litigare; lei, nessuno. A volte telefonava loro per invitarli a casa, di pomeriggio, ma spesso non potevano: avevano già cominciato un gioco o un’attività con qualcuno di famiglia. I genitori di Bianca lavoravano e i pomeriggi trascorsi a casa, da sola, sembravano interminabili. Ad essere onesti, Bianca era sempre un po’ annoiata. Leggeva molto e di tutto, ma quelle pagine che le regalavano compagnia e le consentivano di guadagnare ottimi voti in scrittura e lettura, le aprivano situazioni e mondi troppo lontani dal suo quotidiano; quasi li invidiava, i protagonisti di quelle storie. Così se ne costruì uno suo, di universo alternativo. Ogni mattina, mentre si preparava per andare a scuola, si calava nei panni di un personaggio di fantasia che le restava addosso durante tutto l’arco della giornata. Niente di troppo irreale o fantastico, per carità: immaginava di essere una giornalista, giovane, capace, bellissima. Portava i capelli, lunghi e scuri, sciolti sulle spalle. Indossava tailleur e scarpe col tacco e a tracolla reggeva una cartella zeppa di documenti. Viaggiava molto, la sua giornalista, ed era intraprendente e volitiva. Vedeva gente, partecipava a riunioni, frequentava feste. E bisognava decidere, in ogni situazione, cosa indossare, cosa dire, cosa fare. Aveva una ventina d’anni – che allora le sembravano tantissimi – e si chiamava Vittoria. Un nome che, già da sé, dava un senso a tutto il resto.

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