Aveva vent’anni o poco più. Era in quella fase della vita in cui i pensieri sono concentrati sull’essere e sul divenire.
Mi fermo, vado, lascio tutto, ricomincio, inizio un nuovo inizio, resto, costruisco, viaggio, provo.
Era estate. Zaino in spalla, maglietta, pantalone e infradito, bagaglio leggero anche nei pensieri – non fosse stato per il perenne dilemma – arrivò in Spagna, in un piccolo paese di collina.
Piazzetta deserta, caldo, un campanile bianco di una chiesetta bianca e… un asino. Un asino dal quale il padrone si era allontanato per dissetarsi in un piccolo bar.
In realtà l’aveva legato, ma a una sedia di plastica bianca, di quelle leggere, estive, da giardino. E l’asino se ne stava lì, immobile, legato a quella sedia leggerissima.
Una metafora vivente? Un messaggio del cielo? Una banale coincidenza?
Chi può dirlo, ma quell’incontro fu la chiave che aprì la porta al suo futuro.

 

 

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