Cento di questi anni

 

Paolo, 9 anni

Stasera sono proprio carino: me l’hanno detto tutti. Elegante, con il pantalone blu, la camicia a righe e il papillon. La mamma non ha avuto dubbi, a Capodanno ci si deve vestire in modo speciale, perché anche la serata è speciale, diversa dalle solite.
A essere sinceri, le feste a casa nostra riescono sempre bene: tanta gente, musica, cibo ottimo e allegria.
In genere io non partecipo e vado a letto presto dopo aver cenato in fretta, in cucina, con la tata. Questa volta si è fatta un’eccezione perché ormai sono grande e posso restare alzato fino a mezzanotte perché domani non c’è scuola.
Domani comincerà il nuovo anno.
Ho studiato una filastrocca divertente sui dodici mesi. Dice che dicembre ammazza l’anno e lo sotterra. Ma lo dice così, senza cattive intenzioni, solo per la rima.
Povero dicembre, povero anno che finisce e se ne va.
Mi spiace perché sembra così triste dire addio a questo tempo passato. Ha regalato giorni belli, le vacanze, giochi nuovi, amici e amiche. Eppure sembra che tutti si ricordino soltanto dei momenti tristi, dei guai, delle brutte notizie. E non vedono l’ora che l’anno vecchio se ne vada e che arrivi quello nuovo.
Me lo immagino come un bimbo piccolo – proprio come il cuginetto arrivato da poco – che sorride a tutti e fa ciao con la manina. E tutti gli sorridono e si aspettano grandi cose, novità, miracoli.
Non capiscono che l’anno nuovo crescerà e pian piano diventerà un vecchio proprio come quello che se ne sta andando ora? Strani i grandi, proprio strani.
Questa sera ci sono altri due bambini alla festa.
Carolina sarebbe anche simpatica – forse – se mi rivolgesse la parola. Invece mi ha sorriso ma poi è sempre rimasta appesa alla mano della sua mamma, in silenzio.
Marco invece mi ha salutato come se mi conoscesse da sempre e non fosse la prima volta che mi vede. Mi ha mostrato un modellino di moto che di sicuro sarà molto bello, ma che a me è sembrato solo un modellino così, normale. Me l’ha lasciato per un minuto e poi se l’è ripreso. Che importa, non mi piacciono tanto, le moto.
Preferisco i libri e colorare e scrivere.
Però la mamma dice che stasera non si può fare, che bisogna essere sorridenti e parlare con tutti.
Io non ho questa gran voglia di chiacchierare. Mi sposto da una stanza all’altra e mi annoio. Non so cosa fare, ma non mi lamento.
Non mi arrabbio nemmeno se i grandi mi accarezzano o mi scompigliano i capelli. Li lascio fare. Tanto mica durerà in eterno, questa festa.
Tutti sorridono, anzi ridono proprio, e sembrano allegri e spensierati ma non mi fregano perché secondo me, un poco fingono.
Anche la mamma, prima che arrivassero gli ospiti, era nervosa e arrabbiata perché papà non ce l’ha fatta a tornare in tempo da Boston.
Ormai è laggiù da parecchio e nemmeno per il mio compleanno è riuscito ad arrivare. Mi ha telefonato e abbiamo parlato tanto, da uomo a uomo. E’ stata proprio una bella chiacchierata.
A me papà non manca poi tanto perché forse mi sto disabituando a lui.
Chissà se si può dire disabituando, lo devo chiedere alla maestra.
A pensarci bene però, forse è una buona cosa che arrivi l’anno nuovo.
Magari accadranno cose belle davvero, per esempio succederà che papà torna a casa.
Forse hanno ragione i grandi. Bisogna essere ottimisti, sorridenti e felici, sognare e brindare.
Per me c’è solo succo di mela, ma va bene lo stesso.
Cinque, quattro, tre, due, uno: buon anno, buon anno a tutti.

 

Fabio, 16 anni

Un’unica, ossessiva, domanda gli martellava in testa. Perché si fosse lasciato coinvolgere in questa gita in montagna.
Io, che amo il mare e l’orizzonte aperto, che adoro l’ozio e l’immobilità. Cosa ci faccio qua, su questo sentiero coperto di foglie accartocciate?
Fabio non aveva di sicuro la stoffa dell’esploratore, ma si era lasciato convincere a seguire i compagni di classe a cercare funghi in Val Grande. Pena la conferma della diagnosi di sfigato che già aleggiava sul suo nome al liceo. Chissà perché sfigato. Era riflessivo e prudente, amava la lettura e l’introspezione, un buon film, una birra cruda, qualche chiacchiera con gli amici a parlare di massimi sistemi. Bene, male anzi.
Ora era in montagna e camminava. Da solo. Si era allontanato pochi passi dal gruppo perché aveva intravisto qualcosa che assomigliava a un porcino enorme ai piedi di un albero: s’immaginava il trionfo della conquista, la celebrazione, la rivalsa. Invece quel fungo molliccio gli si era sbriciolato fra le mani. Come se non bastasse, aveva perso – forse – l’orientamento e in ogni caso il gruppo di amici non rispondeva più al suo richiamo.
Li aveva chiamati ad uno ad uno, a intervalli costanti e sempre più ravvicinati. Nulla: si era perso. Inutile ricorrere al cellulare che in quella valle non dava segnali di vita.
In un primo momento fu colto da una sensazione di sollievo. Era solo e si sarebbe goduto le meraviglie di una passeggiata seguendo i suoi ritmi, il suo passo, il silenzio.
Poi però aveva cominciato a interrogarsi e a preoccuparsi. Il cielo si stava scurendo e il verde del bosco s’infittiva.
Mi cercheranno. Si fermeranno e torneranno a cercarmi, ovvio.
Nello stomaco un leggero senso d’angoscia cominciava a farsi largo e ad accomodarsi.
Allora, ragioniamo senza perdere la calma. Camminando in discesa, in senso opposto, dovrei senza fatica tornare alla base.
Dopo mezz’ora di cammino e il terzo incontro con la stessa pietra, enorme, a forma di gufo – pareva avesse anche gli occhi ed era inquietante e funesta, quasi un presagio – capì che si stava muovendo in tondo. Tra l’altro cominciava a rinfrescare e il suo pile elegante, ma troppo leggero, non era sufficiente a riscaldarlo.
“Sedicenne disperso in Val Grande” avrebbero titolato i quotidiani locali. “Recuperato infreddolito ma vivo, sedicenne scomparso in Val Grande”. “Dopo giorni di ricerche, ritrovato il ragazzo sparito in Val Grande. I genitori, angosciati, lo raggiungono”.
Fabio cominciava a perdere la pazienza e la speranza. E nemmeno più pensava al danno che la vicenda avrebbe arrecato alla sua reputazione. Ora doveva solo risolvere la faccenda, risolverla in fretta. Uscirne. Come, ancora non sapeva.
Senza vergogna, cominciò a recitare una preghiera a voce bassa. Stava ancora parlando tra sé, gli occhi fissi al sentiero, quando li vide. Erano seduti in cerchio, tranquilli, ridevano, chiacchieravano tra loro e, forse, lo aspettavano. Per nulla preoccupati. In fretta si ricompose, fece ferma la voce e li salutò:
– Ragazzi, trovato qualcosa?

 

Francesca, 27 anni

Francesca non lo aveva mai scordato. Il suo sorriso e l’eleganza dei modi, i capelli scuri alle spalle, l’eskimo e la motocicletta cavalcata in sfida al mondo intero.
Erano gli anni della mitica quarta A, gli anni del liceo, dell’impegno sociale, degli innamoramenti che fiorivano e sfiorivano veloci.
Ricordava anche quello sguardo fascinoso e vago che si stancava in fretta e volava via, ma che quando si concedeva, ti faceva sentire unica al mondo. Forse si era presa anche una cotta, inconfessabile alle amiche e nemmeno troppo indagata con se stessa.
Tra loro una buona, formale, sintonia; niente di più. Lui era inarrivabile.
Rivederlo dieci anni dopo era stata una sorpresa, un imprevedibile piacere.
Si erano incrociati in galleria e subito riconosciuti. Un caffè insieme alla prima caffetteria incontrata era parso scontato e inevitabile. Difficile riassumere anni di vita con poche parole. Lui, adesso, non portava più i capelli lunghi e un accenno di barba grigia lo rendeva affascinante come allora. Era diventato un professionista affermato, un uomo di successo. Un paio di figlie, una storia importante e due matrimoni falliti ma non chiusi. Si trovava bene in questi universi confinanti, diceva, e non se la sentiva di troncare rapporti. A suo modo generoso ed egoista, anche oggi, proprio come le appariva a scuola.
S’intuiva che amasse profondamente le sue donne, compagne o figlie che fossero, perché parlando di loro s’illuminava. E poi c’era anche un labrador nero, suo unico stabile convivente. Anni prima era stato scelto dal cucciolo e quando un cane ti sceglie, è per sempre.
Francesca non avrebbe mai smesso di ascoltare, di guardarlo e di porre domande.
Incredibile: erano insieme, chiacchieravano, sembrava proprio che fosse felice di averla incontrata. Imbarazzata dapprima, ma via via sempre più disinvolta e a suo agio, raccontò di sé, dei progetti, della sua ordinata vita affettiva. Lui era molto gentile e, come allora, aveva uno sguardo trasparente.
Ci sono uomini che hanno occhi che si accendono quando ti guardano. I suoi brillavano. La osservava attento e abbassava un poco il viso ad accogliere le sue parole.
Si salutarono con una stretta di mano – era passata un’ora in un secondo – e si ripromisero di rivedersi presto. Molto presto. Ci fu anche un abbraccio.
Francesca ripensò a quell’incontro tutto il pomeriggio e certe frasi, certe immagini, s’intromisero nel suo quotidiano per giorni e giorni. Una notte addirittura lo sognò, quel suo giovane professore di lettere al liceo; nel sogno era in moto con lui e gli stringeva la vita; aveva gli occhi chiusi e l’aria le correva incontro. Respirava ossigeno e si sentiva invincibile.
Non la richiamò, non si rividero, e quell’incontro rimase solo un ricordo speciale da accendere al bisogno.

 

Agnese, 49 anni

La casa è avvolta dal silenzio, un involucro quasi, che cancella i rumori. Una bolla.
Così riesco a guadagnare qualche minuto per me e scrivere di questa giornata particolare. Stamattina, inesorabile e perfida, la suoneria del cellulare mi ha strappato a un sonno popolato di sogni inverosimili. L’ho benedetta e maledetta insieme: un altro giorno da affrontare, con le sue insidie, le sue sorprese.
Non ho potuto tergiversare. Anche Francesco e i gemelli si sono lanciati all’assalto della loro mattinata. Sono molto legati quei tre: insieme, sempre, si svegliano, si addormentano, si arrabbiano, sono divertiti o annoiati. Sono, forse, gli uni i replicanti dell’altro, o viceversa.
O sarà che li invidio; ammiro il loro vivere con fluidità i momenti della giornata come in un labirinto che affrontano sereni, già conoscendo il corretto percorso che li condurrà all’uscita (leggi: fine della giornata, soluzione del problema, traguardo dell’obiettivo).
Mi sono alzata e non ho badato a loro.
Lo specchio del bagno mi ha restituito un’immagine non troppo amata. Me ne sono fatta una ragione (io SONO una persona ragionevole) e mi sono dedicata, con rassegnazione, alla scelta dell’abbigliamento, al trucco veloce, alla ricerca affannosa delle chiavi dell’auto.
Sono uscita, ho scambiato due parole con la vicina di casa, ho salutato l’uomo giardino, come i gemelli chiamano l’addetto al verde condominiale, sono salita in auto e partita.
Il verbo partire è improprio: lascerebbe presagire chissà quale viaggio, quali avventure; in realtà mi sono avviata con andamento catatonico verso il centro città. Ho parcheggiato con la solita difficoltà, incurante degli sguardi compassionevoli di un’anziana coppia a passeggio lungo il viale.
Una colazione veloce al bar – cornetto e cappuccino sono fondamentali – e mi sono diretta al lavoro.
L’attività che svolgo mi piace e non mi lamento. Ma ho un sogno nel cassetto: da sempre vorrei aprire una libreria.
Adoro leggere e amo il profumo della carta, le sue diverse consistenze, le copertine colorate, le parole stampate in caratteri differenti. Tutto mi affascina.
Quante volte me la sono immaginata, l’ho arredata, inaugurata. Ho scelto l’essenza del legno degli scaffali, acquistato con l’immaginazione poltrone di vimini e cuscini colorati, studiato le luci giuste, dedicato le vetrine a questo o quell’evento, a questo o quel tema. Fantasie.
Meglio essere grati al cielo e andare oltre.
L’azienda per la quale lavoro ha attuato da poco l’ennesimo cambiamento organizzativo cui si è aggiunto un trasloco in nuovi uffici. Somigliano molto all’idea che ho di me stessa: sono luminosi, seri ma non troppo, eleganti e accoglienti. La modestia non sarà il mio forte, ma mi domando che male ci sia in un poco di gratificante autocompiacimento.
Mi sono ambientata senza fatica, ma sarei ipocrita se dichiarassi totale indifferenza all’abbandono dell’antico stabile. Dopo un decennio gli farei un torto.
Lo amavo di quell’amore senza batticuore che si riserva al compagno di vita.
Forse Francesco non sarebbe lieto di sapere accomunato il sentimento che mi lega a lui all’affetto che nutro nei confronti del vecchio ufficio. Senza contare che già l’aggettivo vecchio, in sé, reca offesa, ma sono tranquilla perché so per certo che non leggerà mai queste pagine.
Traslocare è stato come abbandonare una parte della mia vita, pur nella convinzione che, fra quei muri, qualcosa di me sarebbe rimasto: una strana sensazione che non so spiegare.
Mentre riempivo scatoloni su scatoloni, ho immaginato di poter disporre di quelle enormi stanze vuote. Un sogno irrealizzabile.
Ho abbandonato ormai da settimane i vecchi locali che ospitavano il mio ufficio, ma ancora oggi, quando passo, abbasso gli occhi e guardo altrove.
Eppure questa mattina qualcosa di luminoso ha attirato la mia attenzione.
Le vetrine non erano più ricoperte dagli opachi teloni di plastica pesante che impedivano la vista degli interni, ingombri di materiale da macero. Incredibile.
Una nuova, enorme libreria abita i locali presso i quali ho lavorato per tanti anni.
Mille stati d’animo si sono sovrapposti nella mia mente: mi sono emozionata e commossa, triste e insieme felice per l’incredibile coincidenza.
Perché di sicuro di una coincidenza si tratta.
Però è come se tra quei muri, in quei locali, qualcosa di me fosse rimasto e avesse preso magicamente vita.

 

Federica, 62 anni

Federica – Chicca per tutti – era stata una bella donna, forse non secondo i canoni classici della bellezza, ma comunque piacevole per tratti e colori. Piccola, morbida, bionda. Non aveva abbandonato il vezzo di tingersi i capelli e li portava alle spalle, in una piccola coda trattenuta da un fermaglio di tartaruga. Gli occhi, color castagna.
A ben guardare anche Chicca assomigliava al frutto d’autunno, tonda, lucida, sorridente.
La vita era stata con lei abbastanza generosa. Un marito, un figlio, entrambi presenti e nel contempo assenti.
Aveva lavorato in una maglieria della sua città, per decenni e decenni. Fino alla pensione.
La lontananza dalla fabbrica non l’aveva colta di sorpresa, perché da tempo programmava le sue giornate future. Più tempo libero per dedicarsi alla casa, alla cucina – le sue crostate alle fragole erano una delizia – alle amiche.
Chicca coltivava l’amicizia con la stessa devozione che riservava alle sue piante aromatiche. Ne aveva riempito il balcone e all’arrivo della stagione fredda le riparava in una piccola serra che si era costruita da sola, con pazienza e amore.
Con la stessa pazienza e identico amore, proteggeva le amiche. Le ascoltava, visitava, accompagnava. Sorridente e calorosa.
Però le giornate si erano allungate a dismisura e le ore le ricordavano le ombre lunghe che precedono i passi, in controluce.
Poi, un miraggio. Nella bacheca della biblioteca comunale era apparso un avviso. Cercavano lettori volontari che leggessero favole ai bimbi, un paio di giorni la settimana, dopo la scuola materna.
Chicca si presentò e si offrì.
Ora attendeva con ansia il martedì e il giovedì pomeriggio. Si preparava a casa le intonazioni giuste e le smorfie necessarie per catturare l’attenzione dei bimbi. Si esercitava davanti allo specchio della camera da letto, curando bene che nessuno la vedesse.
Il suo giovanissimo pubblico la adorava. Quegli occhioni sgranati, le risa, le domande – ma dove le scovano i bimbi, tutte quelle domande? – il silenzio, quando col dito indice alle labbra chiedeva loro ascolto.
Il momento più bello però fu il giorno in cui un uomo e un ragazzo ormai cresciuto entrarono in silenzio nella sala colorata, si accomodarono sulle piccole seggiole di legno imbarazzati il giusto, e la ascoltarono leggere una favola, ancora una favola.
Quel pomeriggio Chicca pensò che questa, proprio questa, fosse la felicità.

 

Olga, 84 anni

Affacciata al balconcino fiorito, Olga osserva la gente passeggiare in strada. Un cartoncino celeste le fa da ventaglio e le regala un’aria giovane e fiera.
Scuote piano la testa e spesso sorride in silenzio. A volte, invece, approva o critica a bassa voce chi cammina inconsapevole lungo il viale. Parlotta tra sé e allunga il collo per inquadrare meglio la scena e non perdere particolari importanti. Gonne troppo corte, voci troppo acute, rumori eccessivi, la infastidiscono.
Il balcone è ormai la sua dimora abituale dalla colazione in poi, stagioni permettendo.
Dietro di lei, nella casa di riposo, la vita sgrana il suo rosario.
Faccende, pulizie, chi entra, chi esce, un carosello di presenze.
Olga non ci bada. Non sente la necessità di occuparsi di quel che accade all’interno, né di condividere parole o pensieri con qualcuno.
Le sue giornate si snocciolano, lente, entro i confini di ferro battuto della ringhiera.
Approdò al Teatro Regio di Parma nel secondo dopoguerra.
Era una giovane donna russa dalla voce speciale. Poco incline a socializzare per una sorta di timidezza selettiva che la rendeva ai più antipatica, non si era peraltro mai sentita sola.
Viveva in piena sintonia con se stessa. Si bastava.
Una camera in affitto e le lezioni individuali, pagate in anticipo da una zia defunta che così aveva disposto in vita.
Parma la accolse con amabile disinteresse e venne allo stesso modo ricambiata.
Fu proprio l’insegnante di canto a segnalarla al direttore del Regio: un’audizione e il posto vacante nel coro fu suo.
Senza scossoni, senza picchi, il suo tempo trascorse tranquillo. Olga era, a suo modo, felice.
S’innamorò anche: di un giovane sarto che lavorava in teatro. Non si sposarono mai e nemmeno vissero insieme, ma la loro storia durò sino a che lui ebbe vita. Un amore pieno, totale, non sgualcito dal quotidiano.
Sia pure in campi diversi, entrambi vivevano per la musica e per il Regio.
Quando fu il momento per loro di cedere il posto, non ne fecero un dramma. Entrambi però restarono in teatro. Lui come custode diurno, Olga come guardarobiera.
Arrivavano insieme e insieme pranzavano. Insieme, a volte, guadagnavano un palco e nella penombra assistevano alle prove di un’opera di lì a poco in programmazione. Ammiravano le voci e i costumi, ascoltavano in silenzio senza commentare. Quei momenti erano per loro un reale nutrimento.
Rimasta sola, Olga trovò accoglienza in una casa di riposo per musicisti e cantanti. Aveva risparmiato abbastanza per permettersi il pagamento della retta e non aveva paura del futuro. Neppure pensava agli anni andati. Il sipario era sceso su quella realtà ovattata e non aveva nessuna intenzione di replicare i ricordi.
Era arrivato il momento di guardarsi intorno, di osservare quel mondo al quale aveva sempre dedicato poca attenzione.
Un mondo che conosceva poco ma che la incuriosiva moltissimo. Ora, che non poteva più viaggiare, che le gambe non le consentivano passeggiate, che era davvero sola.
Pazienza.
Un viale alberato è comunque un palcoscenico. Un balconcino fiorito è pur sempre uno splendido palco.

 

Piero, 100 anni

Piero aveva cento anni.
Ho sempre pensato che sarebbe stato bello scrivere la sua biografia, perché con i racconti che ci ha regalato – prima a me, poi ai miei figli e a tutti quelli che avevano voglia e tempo di ascoltarlo – ci sarebbe stato materiale per una buona quantità di pagine.
Avrei raccolto le storie di quando era bambino e già lavorava in montagna, al pascolo con le mucche e a trasportare erba e fieno nella gerla.
Già allora permaloso e orgoglioso, discolo anche, di birichinate allegre, piccolo e vivace, proprio come negli ultimi mesi quando ancora diceva la sua e faceva quel che voleva.
C’erano le vicende legate al servizio militare, a quei sei lunghi anni sul finire della guerra che gli avevano deturpato la giovinezza: mai al fronte ma comunque in pericolo, come guardia frontiera. Sempre lassù, in montagna. Quelle montagne sulle quali era nato ma che ha sempre detto di non amare.
Adorava il mare, il caldo – caldissimo – e il sole.
Poi l’allontanamento dal paese, dalla famiglia, per cercare fortuna e lavoro in pianura; quasi una fuga che i suoi non gradirono per niente perché avrebbero preferito averlo accanto, a sostenere le sorelle nubili e a continuare il lavoro avviato da suo padre.
In pianura fu prima operaio in una fabbrica di formaggi, poi garzone e gestore di negozio.
Arrivò anche il matrimonio, tardivo per quegli anni, con una signorina conosciuta per caso, persa di vista e ritrovata, in uno di quegli strani giochi che il destino riserva.
Aveva quarantotto anni quando rilevò la salumeria presso la quale lavorava.
Era il 1964, uno degli anni della rinascita economica del paese, il momento giusto per rischiare l’avvio in proprio di un’impresa commerciale.
La salumeria si trovava in un corso importante della città, proprio alle spalle del mercatino rionale. I prezzi dei prodotti erano piuttosto alti, ma la qualità eccellente. Nel negozio erano esposte decine di forme di ottimo Parmigiano Reggiano, prosciutti San Daniele stagionati a dovere, scatolame delle migliori marche, olio, aceti, confetture.
Piero curava anche l’estetica delle vetrine: un Topo Gigio circondato da forme di formaggio, una Mucca Carolina gonfiabile attorniata da bottiglie di latte, prosciutti cotti impilati come una torre.
Il negozio è vissuto felice per oltre un quarto di secolo e Piero ne ha sempre parlato con orgoglio e nostalgia. La stessa nostalgia che, la sera, gli faceva carezzare con un bacio il ritratto della moglie che da moltissimo tempo non era più con lui.
Anni di vita indipendente lo avevano per fortuna reso forte, coraggioso e capace.
Sapeva fare di tutto un po’, cucire, stirare, e anche cucinare fantastici arrosti.
Arzillo, vivace, sempre elegante, chiacchierone ma senza esagerare, un po’ arrabbiato per quella vista e quell’udito che non funzionavano più come una volta.
Volitivo come sempre, viveva solo: una signora, ogni giorno ma per qualche ora soltanto, lo aiutava nelle faccende domestiche.
Quando non poteva uscire perché il tempo o qualche acciacco passeggero non lo permetteva, si sentiva – così diceva – agli arresti domiciliari senza colpe.
Snocciolava le filastrocche imparate a memoria da fanciullo e ci chiedevamo sempre – e si chiedeva lui per primo – come facesse a ricordarle così bene, a ripeterle senza incepparsi mai. E le canzoni, quelle di un tempo che fu, che anche i suoi nipoti, da piccoli, avevano in repertorio.
Loro l’hanno salutato così.
“Ciao Nonno, grazie per la tua dolcezza, il tuo essere combattivo ma sempre affettuoso con gli altri. Io voglio bene a tutti, dicevi sempre.
Ti ricordiamo per i tuoi sorrisi, le partite a carte, le chiacchiere e il caffè al bar, per il giornale che leggevi tutti i giorni – negli ultimi anni con l’aiuto della lente – per il cappello e la cravatta che indossavi sempre.
Grazie per i valori che ci hai trasmesso: ci hai insegnato con il tuo esempio un forte, fortissimo amore per la vita. La tua tempra, la voglia di vivere, di non mollare mai, il tuo incredibile equilibrio e allo stesso tempo il desiderio di novità, raro per la tua età.
La fatica degli anni non sembravi sentirla; anche dopo averne compiuti cento, dicevi che ti sarebbe piaciuto lavorare ancora in negozio, a contatto con i clienti, volevi rinnovare l’arredamento di casa e adoravi fare acquisti.
Grazie per averci insegnato la gentilezza, nei gesti, nei giudizi e nelle idee, nei confronti degli altri e della vita, quella che hai vissuto piena. Eri già a un livello sopra al nostro per quello che avevi capito del mondo; ora sei soltanto un po’ più su”.
Piero aveva cento anni. Era il mio papà.

 

 

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